In una recente sessione individuale, M. mi ha raccontato un suo disagio interiore, che nell’ultimo periodo ha sentito crescere sempre di più. Mi ha confessato di provare spesso la sensazione di non sentirsi capita (sia in famiglia che a lavoro) e mi ha esemplificato questo sentire con una frase che mi è rimasta impressa: «Mi sembra di parlare un’altra lingua». La storia di M. mi offre lo spunto per fare una riflessione più ampia su un tema a me molto caro: la comunicazione efficace.
La situazione in cui si trovava M. stava creando in lei, giorno dopo giorno, un’insofferenza sempre più forte, che a sua volta aveva generato altri pensieri negativi sul suo valore personale. Dopo aver ascoltato la sua storia, ho provato a scavare un po’ di più nel suo vissuto, perché come sempre il mio desiderio è trovare l’origine delle dinamiche disfunzionali, per renderle…Funzionali.
Così le ho chiesto: «Dici che ti sembra di parlare un’altra lingua. Ora, prova a ripercorrere le situazioni che mi hai descritto: in che modo hai comunicato i tuoi desideri, le tue richieste? Hai lasciato del non detto tra te e la persona che avevi davanti?».
Mentre la ascoltavo, avevo la sensazione che M. finisse spesso per imputare interamente all’altro (il compagno, il collega, la sorella) la capacità di intendere le sue sensazioni, i suoi dubbi, insomma, il suo mondo interiore.
Ora, forse avrai già capito dove voglio andare a parare. Lo spunto che voglio darti è questo: se non siamo noi i primi ad esprimere bene ciò che abbiamo dentro, come possiamo pretendere che gli altri lo capiscano? Perché nessuno, fino a prova contraria, possiede la sfera di cristallo…
“Ci conosciamo da una vita, ormai sa come sono”. Questa è una convinzione che spesso si radica all’interno delle dinamiche affettive. È un pensiero che a lungo andare diventa deleterio: il rischio che infici i rapporti personali è davvero alto. Per fortuna, però siamo sempre in tempo a raddrizzare la rotta, per costruire relazioni autentiche, rispettose e soprattutto serene.
«Non so come spiegarmi…»
Forse sei arrivata o arrivato a questo articolo perché hai appena vissuto una conversazione difficile. Avevi qualcosa di importante da dire, ma le parole sono uscite male oppure non sono uscite affatto. Desidero rassicurarti: avere difficoltà a comunicare pensieri, bisogni e amore non significa essere sbagliati. Spesso significa che dentro di te si muovono emozioni intense e che nessuno ti ha insegnato a dare loro una voce chiara.
Comunicare in modo efficace non coincide con il trovare la frase perfetta. Sì, perché non siamo nel campo della “perfezione” ma della “comprensione”. Il saper comunicare bene coincide con la capacità di rendere visibile ciò che vivi, senza trasformarlo in un’accusa e senza cancellarti per evitare un conflitto. Proprio il conflitto è quello che si genera quando è il dolore a parlare per noi: ci esprimiamo con durezza e in modo aggressivo, finendo per trasformare una conversazione che potrebbe essere pacata e rispettosa, in un scontro. Dietro queste reazioni esiste quasi sempre un bisogno che cerca ascolto.
Comunicare bene non significa dire tutto
L’argomento della comunicazione è davvero ampio, ci sarebbero tantissime cose da approfondire: dedicare il giusto spazio a tutte qui, è impossibile. Ma c’è un aspetto in particolare su cui voglio soffermarmi ancora ed è la confusione tra sincerità e impulsività. Spesso si pensa che dire sempre e comunque ogni nostro pensiero, sia sinonimo di autenticità: crediamo di comportarci nel modo migliore, perché stiamo dicendo quello che pensiamo. “Cosa c’è di sbagliato in questo?”, potrai pensare.
Essere sinceri richiede anche la capacità di riconoscere cosa appartiene al presente e cosa nasce da una paura o da un’interpretazione e che quindi non vale la pena trasformare in un tema di scontro.
Dire “Tu non mi ascolti mai” e dire “Quando parlo e non ricevo una risposta, sento che mi dai poca importanza” non è la stessa cosa. Nel primo caso in modo impulsivo si sposta il focus sull’altro, che si può sentire accusato (e magari alla fine non ha colpe); con la seconda frase, invece, si permette di entrare con più delicatezza nel proprio mondo interiore, per farlo comprendere senza preconcetti.
Specifico, a volte è davvero l’”altro” a non ascoltare: non sto negando questa eventualità, che è assolutamente realistica.
Ciò che voglio invitarti a fare è un esercizio quotidiano: provare a parlare in modo concreto di ciò che accade dentro di te per rendere il tuo messaggio più limpido e ridurre la distanza con la persona che hai di fronte. In questo modo crei una premessa pacifica per parlare di ciò che in quel momento non ti fa stare bene, agevolando un confronto onesto e tranquillo, in cui tu puoi comprendere il punto di vista dell’altro e l’altro può fare lo stesso con te. All’interno di un dialogo sereno è possibile comprendere meglio le ragioni di ognuno, spesso tutte legittime. Senza per forza imputare all’altro il nostro malessere.
— Leggi anche: Relazioni familiari sane: da dove si comincia?
Esprimere i propri bisogni senza sentirsi egoisti
C’è un’altra questione che emerge spesso quando, durante le sessioni individuali di Theta, finiamo per parlare del tema della comunicazione. Molte persone sanno prendersi cura degli altri, ma provano disagio quando devono esprimere i propri bisogni. Magari questo è il tuo caso: temi di essere pesante, esigente o difficile da amare, così aspetti che l’altro capisca da solo (cosa davvero difficile) e tu accumuli delusione.
Un bisogno non è un ordine né una pretesa. È un’informazione importante su di te. Puoi desiderare più presenza, chiarezza, rispetto, vicinanza o tempo per te senza togliere valore ai bisogni di chi hai davanti. Comunicare in modo assertivo significa riconoscere la dignità di entrambe le parti: la tua voce conta, ma anche l’altro conserva la libertà di rispondere con la propria verità.
Esprimere un bisogno non garantisce che venga accolto, ma ti permette di smettere di affidare il tuo valore alla capacità altrui di “indovinarti”. Ricorda, nessuno è dotato della sfera magica!
Le convinzioni che bloccano la voce
Quando fai fatica a dire ciò che pensi, può essere utile osservare le convinzioni che accompagnano il silenzio. C’è un pattern che ho individuato tra le persone che conosco ogni giorno durante le sessioni individuali di ThetaHealing: hanno imparato che parlare crea problemi, che una persona buona non deve chiedere troppo, che l’amore richiede sacrificio o che mostrare le emozioni espone al rifiuto. Queste credenze entrano nel tono della voce, nelle parole scelte e nel modo in cui chiedi scusa anche quando non hai fatto nulla di male.
Chi teme di non essere ascoltato può anche reagire in modo opposto, alzando il volume, anticipando il rifiuto e comunicando con durezza. Sotto questa corazza, spesso, esiste la stessa richiesta: sentirsi visti e accolti.
Il ThetaHealing® e il modo in cui comunichiamo
Nel mio lavoro con il ThetaHealing® osservo spesso quanto la comunicazione sia legata alle convinzioni profonde. Una persona può conoscere tutte le parole giuste e continuare a bloccarsi, perché dentro di sé associa l’espressione dei bisogni al pericolo, al giudizio o alla perdita dell’amore. In questi casi non basta correggere la frase: serve portare consapevolezza a ciò che la frase risveglia.
Il ThetaHealing® permette di osservare credenze e memorie che influenzano il modo di vivere le relazioni. Non serve a cambiare l’altro né a ottenere la risposta desiderata. Aiuta a riconoscere gli automatismi interiori, a lasciare andare ciò che non appartiene più alla persona che sei oggi e a creare un dialogo più coerente con il tuo sentire.
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Last modified: 1 Ottobre 2026